26/06/2008 - 27/07/2008
Metamorphoseis
Alessio Delfino
MetamorphoseisAlessio Delfino A cura di Franz Paludetto e Nicola Davide Angerame
Castello di Rivara-Centro d’Arte Contemporanea
Giovedì 26 giugno 2008
A partire dalle ore 17.00
Fino al 27 luglio 2008
Orari: Sab/dom 10.30-12.30; 15.00-18.00
(telefonare al num. 0124 31122 per prenotare la visita)
http://www.alessiodelfino.comMetamorphoseis è l’ultima serie fotografica inedita realizzata da Alessio Delfino. Si tratta di un work in progress formato da un nucleo di lavori fotografici che ritraggono modelle e donne comuni d’ogni nazionalità in un’identica posa. I loro corpi sono vestiti di un sottile strato d’oro. Le immagini sono stampate a grandezza naturale e installate al primo piano delle Scuderie del Castello di Rivara. La perizia tecnica di Delfino mira a trasformare la fotografia in un corpo solido. Una sfida impossibile che appartiene all’utopia personale dell’artista, il quale in questa serie, che potrebbe crescere all’infinito, ricrea un Pantheon personale, nominando le sue “creature” con i nomi delle Dee dell’Olimpo. Attraverso una performance silenziosa e privata, una sorta di rito d’iniziazione, Delfino dipinge interamente il corpo delle sue modelle, poi le fotografa. Questa mostra s’inaugura con una performance dal vivo che vede protagoniste alcune “dee”, a rimarcare un aspetto importante, che giustifica la presenza di sole donne nel lavoro di Delfino: il fatto che il fotografo si rifaccia nel suo lavoro al Femminino sacro, alla primogenitura del Femminile sul Maschile, e al fatto che le comunità primordiali fossero matriarcali e venerassero divinità femminili, come quelle della fertilità o della generazione. Questa mostra è un omaggio alla femminilità intesa come idea somma, come luogo del divino in generale, oltre che in particolare.
“Delfino – conclude il co-curatore della mostra Nicola Davide Angerame - è un fotografo che celebra il corpo femminile come icona, come una nuova forma simbolica capace di esprimere, attraverso il gioco serio di una nuova interpretazione del mito antico, alcuni aspetti dell’epoca attuale. Interessante la ripresa delle pluralità, di questa ripetizione della differenza che ripropone un’idea di paganesimo come insegnamento di tolleranza, d’apertura al diverso e come assorbimento culturale: ibridazione e proliferazione. Il primo impatto con il lavoro è violento a causa della serialità, L’intuizione di un momento detta a Delfino la posa definitiva, auratica, che assume l’intero suo mondo divino. Nelle immagini scompaiono i simboli, che siamo soliti attribuire alle singole divinità come anche ai santi cristiani, e ogni altro elemento connotativo che non sia la complessa semplicità del corpo. Superato il primo impatto, si nota che dietro la posa neutrale e rilassata delle dee si cela un sottile lavoro di studio dei differenti “tipi” fisici, e fisiognomici. Dietro ciascuno di questi “tipi divini”, resi immobili e dormienti dentro colate d’oro, s’intravedono mondi del tutto differenti: da quello armonico di Afrodite a quello violento di Era, passando per le docilità di Gea. La femminilità messa in scena da Alessio Delfino sembra ripetersi e invece si rigenera. Se, nella ripetizione è l’uguaglianza a giocare il ruolo portante, nella rigenerazione è la differenza ad essere protagonista. Questa sottile linea di demarcazione rappresenta forse il suo risultato di maggior interesse, non escluso un altro importante traguardo come quello della consistenza fisica delle immagini, capaci di catturare e riflettere luci, muscoli, fibre ed espressioni che sembrano far parte di un corpo sognante e immobile, eppure palpitante come se fosse percorso da una scarica onirica o in preda a tempeste interiori sopite dietro la luce silente e vagamente decadente dell’oro: come se dietro la statua potesse ancora ardere la vita ferina e selvaggia di divinità appartenute ad antichi miti, superati eppure ancora capaci di agire sulla nostra immaginazione e, forse, anche di segnalare una via culturale che si pensava perduta per sempre e che Delfino vorrebbe vivificare con una nuova ipotesi di lavoro e di riflessione”.
“Nel mio lavoro – dichiara Alessio Delfino - tento di azzerare la mia espressività d’interprete per rendere più visibile la ricchezza che ogni corpo racchiude in sé, nelle sue proporzioni. Ogni fisionomia è un carattere e ogni carattere è un profilo psicologico, una storia, un simbolo: in una parola un mito. Per questo ho deciso di dare a ciascuna delle mie “creature” un nome di divinità greca. Voglio riattivare sensi scomparsi ma anche giocare a nominare dee delle donne normali, impiegate, studentesse, casalinghe. La fotografia le nobilita e loro nobilitano la fotografia. A volte sono modelle bellissime, ma sono innanzitutto donne e in alcuni casi amiche. Si prestano a questo gioco serio, che nel breve intervallo di un servizio fotografico può trasformarsi in odio o diventare amore. Basta guardare le mie foto per capire chi ho amato e chi odiato, credo che sia evidente a tutti e ne ho quasi paura. Mi sento totalmente denudato in queste immagini che, dietro un’apparente neutralità, rivelano secondo me un’intensa emozionalità. Le ho concepite come un lavoro sul nudo anti erotico, uno studio dedicato al corpo e alla pelle, alle proporzioni e alle sensazioni che ogni singolo individuo suscita per il solo fatto di avere quel corpo lì e non un altro. La nostra identità passa soprattutto di là, ma non ce ne accorgiamo più perché oggi se non hai un corpo omologato alle misure folli della moda e della pubblicità ti senti inadeguato e pensi che quell’involucro di carne che circonda la tua anima non valga. Per le donne questa imposizione culturale, figlia di un approccio edonistico e consumistico, è ancora più drammatica”.
Completano la mostra, due importanti video dedicati alle metamorfosi. I corpi delle dee si fondono l’uno nell’altro senza soluzione di continuità come se le identità delle singole divinità fossero infine una sola mutevole, metamorfica ed eterna natura. Il tempo si dilata e lo spettatore perde l’orientamento. Quello che vede è un corpo liquido che vibra, pulsa, respira e cambia di forma costantemente, tanto lentamente da risultare impercettibile il suo muoversi. “Volevo creare un corpo inesistente – spiega Delfino – o tanti corpi impossibili, risultati d’innesti dolci, impercettibili, come quando in agricoltura si creano nuovi biotipi per talea. Per me queste figure hanno un qualcosa di auratico, di misterico. Mi fanno pensare alle stagioni, al tempo che scorre e che ritorna. A una danza dei fiori. Ho voluto creare una mutazione genetica, una sorta di “Olimpo ogm”, se vuoi”.